Mattia Fantinati – Sottosegretario M5s

L’Italia svende le proprie opere d’arte.

Ecco come grazie ad un cavillo presente nel testo del DDL concorrenza, l’Italia svende le proprie opere d’arte e fa il gioco della lobby dei mercanti d’arte.

Basta che un’opera abbia meno di 70 anni per poter espatriare senza controlli. Poi “è sufficiente l’autocertificazione”. L’emendamento “voluto da Apollo 2 che rappresenta case d’asta internazionali, associazioni di antiquari e galleristi d’arte”

Opera di De Chirico: Piazze d'Italia
Opera di De Chirico: Piazze d’Italia

Associazioni come Italia nostra, ma anche storici dell’arte del calibro di Tomaso Montanari  e archeologi della levatura di Salvatore Settis e Donata Levi, sono già sul piede di guerra. Hanno paura di veder depauperato il nostro patrimonio culturale. Tutto a causa della nuova norma sulla pretesa “semplificazione della circolazione internazionale dei beni culturali” che introduce novità importanti e crea più di una preoccupazione, come viene sottolineato in un servizio del Fatto Quotidiano. Ci si chiede se non venga violata la previsione costituzionale dell’articolo 9 relativa alla “tutela del patrimonio storico e artistico della Nazione”. Perché se passa una simile legge tutto sarà sempre più improntato ai soli principi del mercato.

Il problema è il seguente.

Al giorno d’oggi chi vuole  far uscire dall’Italia in via definitiva opere di interesse culturale la cui realizzazione risalga a più di 50 anni, deve chiedere l’autorizzazione all’Ufficio esportazione della Soprintendenza. Viene previsto inoltre l’innalzamento di ben vent’anni  per poter portare fuori dai confini nazionali delle opere d’arte senza nulla dover spiegare agli Uffici esportazione. In tal modo – fa presente il quotidiano – “vengono candidati alla svendita all’estero maestri del secondo Novecento come Renato Guttuso, Giorgio de Chirico, Carlo Carrà, Alberto Burri, Emilio Vedova, Mario Sironi, Giorgio Morandi e Lucio Fontana. Tutti artisti dalle quotazioni importanti e qualche volta da capogiro”.

L’altra questione.

Al momento non esiste una soglia minima di valore dell’opera d’arte da sottoporre per l’espatrio agli uffici ministeriali. Con la nuova norma invece si stabilisce un limite sotto il quale il controllo dello Stato attraverso gli Uffici competenti viene meno. Prima si parlava di somme alte, per esempio 150mila euro per i dipinti. Dopo la levata di scudi, soprattutto di Italia Nostra, il limite è stato ridotto a 13.500. Ma pare ci sia il trucco, fa notare il Fatto: si chiama “autocertificazione”. In pratica “viene stabilito che l’età e il valore economico possano essere autocertificati dalla persona che fa richiesta di esportazione. In tal caso il rilascio degli attestati e dei certificati avviene automaticamente”.

Senza cioè che gli uffici ministeriali possano verificare la congruità della somma indicati e degli anni dichiarati per l’opera. Una strana norma, dunque. Un articolo frutto di un emendamento “approvato la scorsa primavera in Commissione Industria del Senato  su richiesta del gruppo d’interesse Apollo 2 – spiega il giornale diretto da Travaglio – che rappresenta case d’asta internazionali, associazioni di antiquari, galleristi d’arte moderna e contemporanea e soggetti che operano nel settore della logistica di beni culturali”.

Una realtà, Apollo 2, che avrebbe come “rappresentante Giuseppe Calabi, un avvocato esperto di diritto dell’arte e legale di fiducia di Sotheby’s,  che ha suggerito il testo dell’emendamento – come spiega lui stesso in un trafiletto uscito sul Sole 24 Ore il 13-6-2015 – direttamente alla presidenza del Consiglio (regnante Matteo Renzi) al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini”.

Il rischio

Il problema spiega il testo dell’appello preparato da associazioni e uomini di cultura è che “di fatto si incentiva l’uscita e non l’entrata”. Si rischia inoltre di “deprimere il mercato dell’arte italiano anziché rilanciarlo” e di “depredare il patrimonio di tutti”. Gravissimo che si stabilisca il limite di 70 anni di età delle opere per consentirne facilmente l’espatrio. “Vuol dire negare in blocco tutta la cultura italiana del Novecento a partire dal secondo dopoguerra – fanno presente i firmatari dell’appello secondo quanto si legge sul Fatto – Mentre il mercato internazionale cerca di approvvigionarsi di opere degli anni ’50 e ’60, l’Italia se ne libera dimostrandosi incapace di comprenderne il valore culturale ed economico”.

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