Qui l’intervista integrale a Formiche.net:

Conversazione con il sottosegretario al ministero della Pubblica amministrazione che ha anche confermato la linea del governo sulla manovra nonostante lo spread e l’Europa: “Lasciateci lavorare”

La pubblica amministrazione deve essere libera da appartenenze e logiche partitiche, dirette o indirette: ci sono i politici e ci sono i tecnici, che però devono essere indipendenti“. Il cinquestelle Mattia Fantinati è il sottosegretario al ministero della Pubblica amministrazione del governo gialloverde: una materia nevralgica in un Paese, come l’Italia, ad altissimo coefficienza di burocrazia, divenuta ancora più bollente in questa fase di scontro aperto tra diversi esponenti dell’esecutivo – soprattutto del MoVimento 5 Stelle – e i dirigenti pubblici di alcuni dei principali ministeri italiani. “Noi siamo per l’autonomia della pubblica amministrazione, ma in passato la politica ci ha messo troppo spesso le mani e le conseguenze sono evidenti“, ha affermato in questa conversazione con Formiche.netFantinati. Che poi ha aggiunto: “Soprattutto nei ruoli in cui vi sono dirigenti nominati dai vecchi partiti, si nota una certa ritrosia nei confronti delle scelte coraggiose che questo governo sta assumendo“.

Sottosegretario Fantinati, dobbiamo attenderci da questo punto di vista un’altra riforma della pubblica amministrazione? In passato ci hanno provato in molti…

Non ci sarà una riforma a trecentosessanta gradi: in venticinque anni ne hanno fatte sei ma la situazione è sempre la stessa. Faremo alcuni provvedimenti puntuali e dal grande impatto – a partire dal disegno di legge Concretezza già approvato dal governo – e poi vigileremo affinché vengano rispettati e possano produrre pienamente i loro effetti.

Partendo da quali priorità?

Innanzitutto le dico qual è la nostra visione di lungo termine: la pubblica amministrazione deve essere un’infrastruttura a servizio dei cittadini, il cui obiettivo fondamentale è favorire la crescita delle imprese e del Paese.

Sì ma su quali versanti vi muoverete concretamente?

Dal punto di vista operativo stiamo già lavorando perché la pubblica amministrazione diventi digitale e meritocratica. E poi è necessario che torni finalmente a puntare sui giovani.

Contate di assumere nuovi dipendenti? Di che numeri stiamo parlando?

Per i numeri è ancora presto, ma la direzione è questa come conferma anche il disegno di legge Concretezza. Attualmente la pubblica amministrazione dispone soprattutto di figure competenti in materie giuridiche, una circostanza che fa prevalere spesso un approccio di tipo burocratico e formalistico. Occorrono invece anche ingegneri, economisti, esperti informatici e di digitale, così da far emergere, con il tempo, una cultura che faccia perno sul concetto di obiettivo.

C’è però anche un tema di competenze e, quindi, di formazione degli attuali dipendenti pubblici. Cosa farete?

Certamente, il binario è doppio: da un lato dobbiamo formare le persone che lavorano per l’amministrazione pubblica e dall’altro sbloccare i contratti per tornare ad assumere le migliori giovani energie del Paese. Le pare possibile che l’Italia spesso e volentieri non riesce ad avvalersi delle risorse messe a disposizione dall’Europa?

Dipende dai dipendenti pubblici?

La verità è che ci sono pochi esperti di fondi europei. Ma vogliamo rimediare. Per questo stiamo cercando il modo di rendere le pubbliche amministrazioni più rapide ed efficienti anche dal punto di vista dell’organizzazione dei concorsi, il cui svolgimento spesso è piuttosto disordinato.

Lei ha parlato anche di rendere la pubblica amministrazione meritocratica. Un’impresa che sembra titanica. Obiettivo da libro dei sogni o effettivamente raggiungibile a suo avviso?

La questione è la dirigenza. E’ su questo che dobbiamo intervenire.

Ancora i dirigenti pubblici. E’ un tasto così dolente secondo lei?

Nessun accanimento preconcetto: la partita da giocare è questa, il punto centrale sta tutto qui. Se la dirigenza funziona, anche il resto funziona. Per questa ragione è fondamentale modificare i criteri di valutazione: gli attuali sono troppo legati a dinamiche interne alla amministrazione pubblica. Con la conseguenza di uniformare i giudizi.

Quindi è il sistema di valutazione la chiave per una burocrazia efficiente?

Guardi, la pubblica amministrazione è piena di dipendenti preparatissimi e dediti al lavoro, ma in assenza di un sistema meritocratico e veritiero di valutazione l’appiattimento verso il basso è praticamente inevitabile. E questo, ovviamente, non è accettabile. Chi lavora bene va premiato e chi lavora male va sanzionato.

Come pensate di fare?

Attraverso un nucleo di valutazione esterno che valuti le performance, in particolar modo dei dirigenti, per capire chi lavora bene e tanto e chi no. E’ vero che gli obiettivi già esistono ma tutto sta a come vengono scritti e previsti. Non può essere un obiettivo fare un certo numero di ore di riunioni durante l’anno, come a volte è stabilito. L’obiettivo deve essere un risultato concreto e tangibile.

Però se è vero – come affermate – che esistono già resistenze, è facile immaginare che potrebbero ancora aumentare. Preoccupato?

Bisogna avere il coraggio di scelte impopolari in questo come in altri ambiti: me ne assumerò e me ne assumo la responsabilità. D’altronde il ddl Concretezza ha già scontentato più di qualcuno. A nessun piace essere valutato in un certo modo. Ma si spaventa solo chi non lavora bene e non ci mette l’anima.

In pratica, quella della burocrazia è la madre delle riforme di cui l’Italia ha bisogno. Non è così?

Basta chiedere a un qualsiasi imprenditore o cittadino per capire quanto sia importante. La pubblica amministrazione è una materia questione cruciale che tocca poi trasversalmente tutti i settori. La semplificazione per noi è talmente rilevante che è di competenza dello stesso premier Giuseppe Conte.

E sulla digitalizzazione?

Vogliamo procedere speditamente, anche grazie alle nuove professionalità che puntiamo a inserire negli organici. Digitalizzare vuol dire non solo migliorare la qualità di vita dei cittadini e il lavoro delle imprese, ma anche combattere meglio la corruzione. Un Paese fortemente digitalizzato è un Paese più trasparente e quindi meno incline a corruttele. E poi stiamo lavorando sull’interoperabilità e sui database: attualmente se ne contano undicimila con venticinquemila siti internet che non si parlano tra di loro. E’ chiaro che la situazione debba cambiare radicalmente.

A proposito, cosa ne sarà del Team digitale alla luce della prossima e imminente uscita di scena di Diego Piacentini? Continuerà ad esistere?

Certamente. Piacentini – che rappresenta un’indiscussa eccellenza italiana nel campo – ha scelto altre strade. Però ha creato qualcosa che funziona e che noi, da parte nostra, vogliamo mantenere. Intanto, sicuramente, per un anno.

E chi ci sarà al suo posto?

Lo scoprirete quando sarà annunciato.

A oltre 100 giorni dall’insediamento del governo, che bilancio provvisorio si può trarre?

In questi mesi abbiamo fatto due cose, a mio avviso, fondamentali: la prima è stata la stipula del contratto di governo nel quale abbiamo messo nero su bianco i provvedimenti che abbiamo promesso di approvare. E la seconda è stata di impegnarci a varare alla prima occasione utile, cioè la manovra, i nostri principali punti programmatici. Abbiamo detto che avremmo fatto subito reddito di cittadinanza, flat tax e superamento della Fornero. Siamo stati votati dai cittadini per questo e questo stiamo facendo.

Con qualche costo però, ad esempio dal punto di vista dello spread e dei rapporti con Bruxelles. Tutta questione tensione non la preoccupa?

Se parliamo del deficit, si deve riconoscere che ci sono Paesi a cui è stato concesso molto di più che all’Italia. Perché? Non vogliamo andare oltre il 3% e intendiamo tenere i conti in ordine, ma pretendiamo lo stesso trattamento che è stato riservato ad altri Stati membri.

Però da noi è aumentato lo spread…

Appena ci siamo insediati è aumentato. E ora che variamo una manovra coraggiosa aumenta di nuovo. Lasciateci lavorare. L’austerity ha solo fatto crescere il nostro debito pubblico senza rimettere in moto l’economia italiana. Dobbiamo invertire la rotta.

Non teme che questo elevato grado di polemica nei confronti dell’Europa possa anche rapidamente minare l’esistenza della stessa Europa, con grave danno pure per l’Italia e gli italiani?

Era stata fondata come l’Europa dei popoli ma è diventata l’Europa dei burocrati. Bisogna tornare al progetto originario. La piega di oggi non va bene, è sotto gli occhi di tutti. Come mai l’Italia è stata lasciata sola sui migranti? Perché molte delle decisioni assunte a Bruxelles ledono gli interessi dei cittadini? Non si può andare avanti così: dobbiamo continuare a far sentire la nostra posizione per cambiare davvero l’Europa.